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LE BASI DELLA VITICOLTURA

In un mondo in cui le cose rotte si cambiano senza nemmeno provare ad aggiustarle, per approfondire la conoscenza del comportamento vegetale bisogna osservare le piante da vicino. La tecnica si impara ma l’arte si eredita  Nelle società contadine la cultura viticola si tramandava tra le generazioni (non solo tramite i cromosomi).

Se si è abili e fortunati con un vigneto si può diventare :
- molto famosi (se si riesce a fare un vino molto buono)
- molto ricchi (se si riesce a fare molti soldi)
- molto felici (se si riesce a fare una vita molto bella).
I tre obiettivi possono essere raggiunti separatamente ma nulla vieta di ambire a tutti contemporaneamente (anzi).

Il fatto di trasformare in Azienda la materia prima autoprodotta permette una tracciabilità del prodotto (ossia maggiori garanzie per il consumatore) che ben poche altre attività possono dare.
I presupposti della Viticoltura d’Avanguardia e di Buonsenso si fondano sulla massima valorizzazione delle risorse native utilizzando –quando necessario- sostanze di origine naturale a basso impatto. Se il Bio non viene inteso come l’obiettivo ma come lo strumento (il più geniale e raffinato) per ottenere la migliore espressione enologica del territorio, è chiara la grande affinità tra Viticoltura Bio e Viticoltura di Qualità.
L’incongruenza tra qualità e bio nasce quando la ricerca della prima non aderisce fedelmente all’attitudine dell’agrosistema che è il principio su cui si regge il secondo. Non vi può essere contrapposizione tra le due strategie quando i mezzi dell’una sono gli obiettivi dell’altra.

Gli elevati standard qualitativi dipendono dalla realizzazione di un equilibrio vegeto-produttivo rivolto all’accumulo che significa perseguire :
- riduzione del vigore e della produzione per pianta
- elevata uniformità nel vigneto
- minore suscettibilità a malattie e avversità
- maggiore longevità dell’impianto.
Una qualità elevata richiede la tutela di un ottimale habitus vegetativo (grazie a una radicazione profonda) e una “lunga e serena” fase di maturazione. Seguendo questi principi si è certamente sgravati dall’impiego di grossi quantitativi di energie esterne (selezionandone in modo accurato l’origine e la natura) e il maggior impegno va rivolto alla scelta e alla conoscenza dell’ambiente di coltura.
Dopotutto con il metodo bio -avendo a disposizione una più limitata gamma di mezzi tecnici- si ha sempre avuto una maggiore necessità di capire profondamente la Fisiologia Vegetale : solo così si può ottimizzare la funzionalità dell’agro-sistema esaltando le potenzialità di autodifesa e –naturalmente- la qualità del prodotto (FARE DI NECESSITÀ VIRTÚ).   

Una ragionevole graduatoria circa l’influenza sul risultato finale vede nell’ordine :
- il suolo (senza una buona terra non si può fare un buon vino)
- l’annata (sempre determinante sia in positivo che in negativo)
- le tecniche agronomiche (strategia ed organizzazione : precisione e tempestività fanno sempre la differenza)
- le tecniche enologiche (da sole possono fare ben poco per il terroir ma -agendo nelle fasi finali del processo produttivo e in condizioni molto più determinate e determinabili- risultano decisive con una risposta molto aderente ai propositi attesi).
E infatti tutti concordano : la qualità si fa nel vigneto. Ma allora perché in giro ci sono molti più enologi che agronomi? Entrambi sono seri professionisti il cui lavoro è carico di grandi responsabilità. Ma perché l’enologo è più ambito, più famoso (e più pagato) dell’agronomo? Boh! Certamente è un problema complesso e che spesso esula dal campo prettamente vitivinicolo.
Se cerchi un enologo oggi ne trovi tanti, quasi tutti molto bravi.
Se cerchi un agronomo devi invece darti da fare : cerca cerca … ma cercalo in campagna.


 

Parte III