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IL BIO
Parte I

La continuità è la forza di un’impresa.
In agricoltura ogni progetto deve essere a lungo termine.
Il bio è l’unità di misura per la vocazione del territorio, la capacità dell’agricoltore, la sensibilità del consumatore. Se oggi i prodotti devono essere valorizzati per la loro tracciabilità e personalità l’uso della chimica va in direzione opposta. Se un ambiente è idoneo e se le tecniche colturali sono adatte, il bio è la scelta più sicura e intelligente.
Usare la chimica nel vigneto è un danno anche per chi non beve il vino, così come fare bio è un bene per tutti. Il bio è l’unico metodo veramente utile e lungimirante : VALORIZZARE IL COME AUMENTA IL PRESTIGO DEL COSA.
Se fare agricoltura è un progetto durevole che trova conferma per la sua continuità negli anni, la chimica non può essere la soluzione (dato che risolve un problema di oggi ma ne crea dieci per domani). Se il metodo chimico funzionasse i problemi dovrebbero essere ormai risolti. In viticoltura da anni sono stati messi in luce i punti critici del bio e sono stati affrontati e risolti fino a produrre vini premiati in tutto il mondo.

IL VALORE E IL SUCCESSO DEL BIO SI MISURANO NELLO SPAZIO E NEL TEMPO.
Il Metodo Bio è tanto più facile ed ha successo :
  • quanto più ampio è il territorio in cui si opera
  • da quanto più tempo lo si applica.
    Il futuro della vitivinicoltura sarà bio per tre ovvi motivi :
  • la vite e gli ambienti vocati alla viticoltura di qualità ben si prestano al metodo bio (molto più di altre colture)
  • la necessità di diversificare i prodotti in base al luogo di origine (aspetto per il quale il vino si è sempre distinto) trova una grande sinergia con le strategie bio
  • il vino ascolta e risponde bene alle richieste del mercato che oggi più che mai chiede soluzioni sostenibili.

    Il vigneto è un’entità complessa in continua evoluzione e fortemente dipendente dai fattori contingenti ambientali :
    >>> solo unendo tutte le competenze specifiche a ogni livello (dal potatore al ricercatore …) si può averne una visione completa e sviluppare un progetto veramente sostenibile
    >>> solo un approccio multidisciplinare può cercare di dare risposte quanto più esaustive.
    Per fare bio occorre fare molta più attenzione al particolare diversificando le scelte per tempi e luoghi rinunciando alla comoda abitudine di uniformare gli interventi :
    >>> per abilitare il bio rendendolo applicabile su vasta scala bisogna riuscire a integrare questi sforzi di maggior precisione nell’ambito della conduzione ordinaria in modo fattivamente operativo (ci vuole un passo in avanti da ambo le parti : il bio deve integrarsi con la gestione quotidiana e questa non deve pretendere di semplificare tutto).

    Il fascino ed il significato sociale-ambientale dell’attività viticola non si discutono. Ma il vigneto deve essere concepito come una moderna attività imprenditoriale che deve rispondere a requisiti evoluti di programmazione, gestione e redditività.
    Poiché tale attività si svolge sul territorio chiunque può facilmente capire che il risultato finale è strettamente legato all’impatto che si ha con l’ambiente occupato e circostante : al di là dell’ecologia, le aspettative economiche impongono che coerenza ed efficienza siano prioritarie in ogni fase del progetto. D’altra parte la redditività aziendale è allo stesso tempo la premessa indispensabile per realizzare programmi di gestione colturale e commerciale quanto più indipendenti, personalizzati e legati alla realtà locale e interna all’Azienda stessa.

    Tutto quello che si fa per cercare la qualità aiuta a fare bio.
    Tutto quello che rende difficile fare qualità ostacola anche il bio.
    I limiti alla diffusione del Bio a volte dipendono più da problemi socioeconomici o culturali che da quelli agronomici.
    Se si analizza con obiettività la situazione si può facilmente capire che l’agricoltura non è sempre stata responsabile dei propri problemi ma spesso è stata chiamata a rispondere di questioni indotte da altre attività. Questo è forse ovvio se la si considera –come effettivamente è- l’attività primaria per eccellenza ma quello che non torna è il ruolo marginale in cui è stata relegata. Ma anche questo è un problema che implica aspetti di natura socio-politico-culturale di complessa argomentazione.

    In effetti il Bio non è un problema agronomico.
    I metodi e i mezzi naturali per portare a maturazione una giusta quantità di uva coltivata in posti vocati ci sono e sono alla portata di tutti coloro che li vogliono usare. Il problema reale non è quindi come utilizzare le molecole naturali al posto dei sistemici ma capirne i vantaggi per fare il passo decisivo. Il bio detta i tempi e il ritmo dettato dalla conduzione bio non deve essere visto come un aggravio di impegni e di costi ma come la strada maestra per realizzare la massima espressione del territorio e del proprio lavoro tanto ambita sia dai produttori che dai consumatori. 
    Nel bene e nel male il Bio non può essere isolato dal contesto sociale e geografico. Non può rappresentare idealmente o fisicamente un’oasi “pulita” (in natura non esistono soluzioni di continuità) e per affermarsi ha bisogno di soluzioni pratiche e adesioni assolute (l’agricoltore bio è prima di tutto un uomo o una donna bio).
    Il limite del Bio è dato dalla pressione che subisce ad opera del non-bio che lo circonda.
    Il successo del Bio dipende da quanti riuscirà a coinvolgere, produttori e consumatori, tecnici e legislatori, uniti per il progetto comune di mangiare e vivere meglio (qualità al plurale dell’agricoltura bio).

    Sanità e Fitoiatria.
    La sanità è il primo presupposto della qualità. La fitoiatria mira a prevenire e curare le malattie delle piante.
    Ma prevenire non è prendere tutti i giorni un’aspirina per evitare di avere il mal di testa ma fare una vita sana (alimentazione e moto) che rende l’organismo meno vulnerabile.
    E curare non è imbottirsi di antibiotici per uccidere i germi dentro di noi ma stimolare le autodifese del corpo per combatterli.
    Il progresso sostenibile non può non basarsi su strategie che rendano meno vulnerabili e più autosufficienti gli organismi e gli ambienti. La chimica finisce con uccidere la natura e soffocare l’espressione del terroir, la meccanizzazione spinta riduce la durata del vigneto e nell’analisi dell’intero ciclo produttivo non sempre è un risparmio.
    Se è vero che in assoluto è difficile fare a meno di chimica e meccanizzazione, è anche vero che se si imposta e si gestisce il vigneto in un certo modo le cose cambiano.
    E se anche fosse che il Bio richiede più manodopera, non è forse un traguardo ambizioso riuscire a rendere sostenibile anche sul piano economico un processo produttivo più sano per tutti? Visto che siamo in tanti a dover lavorare, non è meglio farlo all’aperto in campagna che al chiuso in città? Certamente le soluzioni per attuare proficuamente un’agricoltura meno inquinata e robotica ci sono e non sono poche ma non vanno cercate solamente nei campi...

    IL BIO E’                                  IN FUNZIONE DELL’
     POSSIBILE  O  IMPOSSIBILE

     AMBIENTE

     FACILE  O  DIFFICILE

     AZIENDA

    Quando una grande Azienda si comporta come un insieme di piccole Aziende sulla base di una attenta zonazione realizza la vera viticoltura di precisione.

    “Non ci sono annate buone e annate cattive ma ci sono solo annate facili e annate meno facili”.

  • Parte II